L'IMPRESARIO DI SMIRNE - Compagnia dei Giovani
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L'IMPRESARIO DI SMIRNE - Compagnia dei Giovani

Il progetto registico per questa messa in scena de L’Impresario di Smirne si configura come un’operazione di scavo e risignificazione del testo goldoniano, mantenendo intatto il titolo originale per onorare la radice classica, ma traslando l’azione nel cuore pulsante e contraddittorio della aspirazione all’approdo nella Dubai contemporanea. Questa scelta non è un mero esercizio di stile, bensì una necessità drammaturgica: oggi Dubai rappresenta ciò che la Smirne del Settecento incarnava per i mercanti veneziani, ovvero l’illusione di un Eldorado di ricchezza facile, un miraggio di ascesa sociale che giustifica ogni compromesso morale. Intendiamo esplorare la crudeltà insita nel mondo dell’arte, mettendo a nudo i vezzi, le invidie e le piccole miserie di una classe attoriale che ha smarrito la propria funzione civile per inseguire il feticcio del successo. In questa versione, il “mondo del teatro” diventa una metafora universale della condizione umana post-moderna, dove l’essere è stato definitivamente rimpiazzato dall’apparire. L’enfasi cade sulla banalità dell’effimero, su quella ricerca spasmodica di un’approvazione che non passa più per la qualità dell’opera, ma per il valore di mercato della propria immagine. Fondamentale in questo percorso è l’apporto della Compagnia dei Giovani di MARCHE TEATRO. La scelta di affidare a giovani interpreti i ruoli dei teatranti goldoniani aggiunge un livello di lettura metatestuale particolarmente feroce: la freschezza dei corpi e delle voci degli attori entra in conflitto con l’aridità dei sentimenti che sono chiamati a rappresentare. Si assiste così a una sorta di rito di passaggio al contrario, dove la giovinezza non è portatrice di ideali, ma è già vittima del cinismo e della mercificazione del talento. Il contrasto tra l’energia vitale della compagnia e la vacuità del deserto di specchi di Dubai crea una tensione drammatica che attraversa l’intero spettacolo. L’impresario, dunque, non è più solo un personaggio, ma un’entità simbolica, il catalizzatore di un’umanità che si muove freneticamente senza una meta reale, prigioniera di una lounge di lusso o di un set perennemente illuminato dai flash. La riscrittura evidenzia come il vizio del protagonismo e la fame di affermazione siano rimasti invariati nei secoli, trovando nel sogno della Dubai del presente il palcoscenico ideale per la loro massima, ipertrofica espressione. L’opera diventa così una satira spietata ma necessaria, un invito a riflettere su quanto del nostro “fare arte” sia ancora legato alla ricerca della verità e quanto, invece, sia sprofondato nella sabbia dorata di una Smirne moderna che non ammette repliche. Così il palcoscenico si trasforma così il palcoscenico in una vetrina deformante, dove il contrasto tra l’antico vizio della vanità teatrale e la modernità tecnologica rivela quanto la natura umana resti tragicamente immutata sotto la superficie brillante dell’effimero.

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